Riaggangiai. Odiavo quando l’appuntato dello spaccio alimentari chiedeva un mio marziale pronunciamento sulla drammatica querelle tra yogurt ai frutti di bosco e barrette ipocaloriche. Tornai a guardare le figure, non avevo voglia di leggere.
Improvvisamente bussarono alla porta. Entrarono nell’ordine: due watussi vestiti da guardie del corpo, il corpo, l’autista personale del corpo. Vitellonetonnato, pensai (non avevo cenato), quel corpo lì ha un nome! E in effetti quello era il celeberrimo corpo di Paola Saponeliquido.
Quando lavori nel corpo, sì insomma in polizia, devi imparare a seguire anche il tuo istinto. Quella visita improvvisa non prometteva niente di buono. La nuvola di profumo che l’avvolgeva, il cappotto d’una tonalità a metà tra un azzurro accappatoio e un viola del pensiero, i suoi teneri quadricipiti candidamente improsciuttati: tutto cospirava perchè cedessi a certi inopportuni richiami forestali. Poi ruppe l’incanto e disse: “Ho bisogno del suo aiuto. Commissario Brancamenta lei mi deve aiutare!”. Lasciai che mi raccontasse quasi tutto, quasi perchè si era fatta anche una certa e non è che qui stiamo a fare il servizio civile. Decidemmo di darci appuntamento il giorno seguente, in un affollato bar del centro. Bevemmo molto. La conversazione vera e propria avvenne su una panchina, o almeno questo è ciò di cui mi convinsi. “Lei…mi garantisce che non dirà nulla a mio marito?” Risposi con un flebile: “schcghrtakI726C”. Voleva essere un sì, ma finì con le ultime cifre del mio codice fiscale. “Allora!? Parli! Venga al sodo!” “Sa, io viaggio molto – da sola. Oh, non è quello che pensa lei. Fondamentalmente sono una pensatrice, una intellettuale.”
Ore e ore di terrificante disamina dei mali annosi di un Paese in rovina, solo macerie morali qui e seppelliamo il cadavere della cultura là. Stavo perdendo il mio magistrale aplomb da gentiluomo del Cinquecento. Inteso come utilitaria. Finalmente articolò una richiesta: “Viaggiando incontro molte persone. Uomini intendo. Ma quelli davvero intelligenti, stimolanti, brillanti sono rari come una banconota da dodici euro.” “Sta dicendo che non esistono?” “No. Non mi è venuto un paragone migliore.” “Ah.” “Mi lasci concludere però. Vorrei che lei raccogliesse informazioni su un certo Braulio, così si fa chiamare.” Paola Saponeliquido sapeva che non potevo mettermi a fare lo stalker, ma in quel momento, con un calcolato sguardo felino, come se stesse chiedendomi una doppia razione di croccantini, volle farmi capire che era consapevole di avermi in pugno.
Braulio era solito bazzicare sordide bettole, ma solo quando utilizzava l’alcool per scopi terapeutici. Una sera ne seguii la scia di dopobarba al pistacchio sino a scorgere un’insegna di neon blu: “Al Damerini”, noto locale scicchissimo con retro adibito a ritrovo di beoni. Riuscii a scambiare poche parole con il barista, una sorta di sosia di Umberto Smaila ai tempi di Colpo Grosso (pappone ripulito con inalterata verve da piazzista). Appresi una verità scioccante. Braulio era sì un mezzo alcolizzato, ma anche un raffinato esperto di semiotica cinematografica, e in generale uno che si arrapava solo con donne che gli citavano battute dei film di Antonioni. Era anche referente unico di un giro di eruditi gigolò di lusso. Per capirsi gente che per venti dollari ti faceva un’esegesi completa degli stilemi del cinema di Coppola, e per cinque dollari aggiuntivi ti declamava anche i titoli di coda di Apocalipse Now (pure le location, che tutti sappiamo essere l’elemento più difficoltoso da comprendere in certo cinema, perchè gli spettatori si alzano per mettersi il cappotto).
Per farvela breve, non mi spinsi oltre. Scoprì che Paola Saponeliquido era ricattata da Braulio per una storia di foto osè a base di lingerie e meringata; decisi che la cosa poteva anche allegramente continuare. Tornai alla mia penosa routine. Trascinandomi come un pinguino affetto da una forte irritabilità del colon, un pinguino con la colite spastica.
[Omaggio agli scritti di Woody Allen sul New Yorker]
La verità è che l’inizio mi coglie sempre in medias res: maledetta ansia da prefazione.*
Affabili come un graduato della Gestapo, in questo nefasto momento di passaggio non si sa mai se archiviare la pratica defonseca e inaugurare il veterociabattone lacerato. Colui che ha segnato pagine memorabili: arma impropria, dissuasore convincente, zeppa per tavoli e comò, racchetta per fulminanti match di ping-pong, pratico portabibite a centrovasca. Colui che non ha risparmiato momenti di sincero disagio relazionale: propagatore di epici miasmi e incubatore di agenti patogeni a bordovasca.
Esauriti come il best of di Luciodalla, in questo post anoressico promuoveremo soltanto il nuovo film dei Manetti bros. L’arrivo di Wang.
Essendo puro cinema di genere, solitamente il contenuto della valigetta non viene svelato.
Per l’occasione, e per chi non fosse un loro storico estimatore, riproponiamo la sequenza iniziale di un film cult dei bros, datato 2000:
Indimenticabile anche una recensione di Zora, tra Salvatores e Piotta, che trovate QUA.
* per i più prosaici: partenza a razzo, finisce a cadtso.
Inverno 2012: economia in recessione, temperatura esterna in recessione. Per combattere i dardi affilatissimi che decidono di inciderti i morbidi somatismi barbuti (che ancora risentono di tutto il soffice conforto del cuscino) pensi che potresti eliminare la maggior percentuale possibile d’acqua, innalzando obbligatoriamente la soglia di chinotto. Resterai formato quindi da un 20-30% di acqua, 50-60% di chinotto, mentre la quota rimanente sarà spartita equamente tra kebab, caffeina e peluria.
Così crioconcentrato registri eventi, ricordi, sensazioni, propositi:
- Fabrizio Cicchitto dichiara che Mani Pulite fu guerra civile. Inevitabile invettiva rivolta a Fabrizio Cicchitto, noto craxiano.
- Moana in uno spot del Partito dell’Amore.
- Forlani con la bava alla bocca.
- “Te lo giuro su Marco, Matteo, Luca, Giovanni e Linda Evangelista”.
- Accorgersi che se ne sono andati tutti, forse all’estero.
- Lo sguardo stregonesco delle vecchia tabaccaia che, preda di un raptus da libera professionista redenta, non vuole farti lo scontrino ma la fattura. Attimi di terrore puro.
- Osservare le pareti tinteggiate ocra della tua stanzetta disadorna, vuota, da 41bis. “Enrico hanno suonato!! C’è uno che dice di averti portato le arance!!”
- Da piccolo ritenevi che Beppe Vessicchio fosse in realtà Giuseppe Verdi. E ancora adesso hai i tuoi buoni dubbi.
- Il potere consolatorio, lenitivo e malinconico del plumcake con i bruscolini di cioccolato, quello da imborghesiti.
- La riscoperta della salsa tartara.
- Copule in stereofonia che ti cingono d’assedio.
- Stordirsi con la drum&bass (strabiliandosi di come il proselitismo estetico di Lady Gaga causi danni irreversibili) prima di lasciarsi cullare dal vicino che, russando, ti farà prender sonno.
- Aritmia mattutina meglio conosciuta come extrasistole.
- Valicare l’appennino con i treni regionali. Non riuscire a capire dove finisca lo stoicismo e dove inizi l’idiozia. Constatare che i capotreni toscani del turno prima-seconda serata (mainstream insomma) sono donne incantevoli, sorridenti, aggraziate, raffinate, eleganti, idealizzate, troppo idealizzate.
- Comprendere che il tuo futuro lavorativo non sarà a tempo determinato o indeterminato, ma a tempo perso.
- La prossima estate non potrai fare a meno di andare all’Idrolitina Jammin Festival.
- Appena possibile metterai della ghiaia in un cassetto e ti occuperai del tuo piccolo giardino zen segreto.
- Quando l’estro lo consentirà scriverai sul vetro della tua finestra una piccola legenda su ciò che si vede all’esterno.
[per l'inioranti] Crioconcentrazione: tecnica che sfrutta la proprietà di una soluzione di abbassare il proprio punto di gelo rispetto a quello del solvente puro. Quando si scende sotto gli 0 gradi, l’acqua pura si separa dal resto della soluzione sotto forma di ghiaccio. Questo viene rimosso, e la soluzione liquida rimanente diventa più concentrata poiché ha perduto una parte del solvente. Il processo viene quindi ripetuto fino al grado di concentrazione desiderato. Spesso è prevista la presenza di salatini e/o cetriolini.
Topesio [Topesio???] era un guar
diano del faro, in anni di graduale e implacabile smobilitazione per celebrare la vittoria facile facile degli automatismi sulle menti e sui cuori. 1994: ultimo concorso pubblico indetto dal Ministero della Difesa. Ammesso e superato. Quella sera la sua Panda 750 agonizzava avvitandosi sulle ripide stradine isolane. Il treno da Genova era come al solito giunto in ritardo. Il traghetto si era mosso con la consueta, snervante lentezza. A Topesio la solitudine estrema non era mai pesata granchè. Aveva imparato ad ascoltarsi e a non attribuire troppo valore alle proprie voci interiori [poi con un nome del genere...ebbasta allora!..occhei scusa]. Non ci si può sempre rodere il fegato per avvicinarsi a sistemi di valori definiti dai numerosi malati di esistenza canonica e preordinata, pensava. Cassa piena di provviste e libri, saliva le scale che conducevano all’ingresso del grande caseggiato bianco e rosso che, visto il brullo contesto circostante, conservava sensibili qualità mimetiche, come un leghista in una biblioteca. Ripensava alle chiacchiere logore dei vecchi del bar del porto: e il caropetrolio e il carovita e il carobollette e il caroestinto e il caromio. Una retorica cullante, rassicurante, saldo punto di riferimento nelle fredde sere d’inverno come nei torridi pomeriggi estivi. Dalla finestra della cucina poteva ammirare un tramonto non troppo strappacore, fatale sì ma abbastanza prevedibile, niente rammarico insomma per la mancata condivisione del momento [che poi ci si lascia andare a una scrittura paracula e sobbonitutti].
Topesio [dai non si può proprio sentì, prova chessò: Gianmario o Gianroberto, sai per il gioco dei contrasti..ecco è arrivato il pariolino con l'Y10] scriveva con una certa periodicità su un quadernetto sgualcito, proiezione inchiostrata di divertiti giochi di parole e, soprattutto, raccolta enciclopedica di espressioni e locuzioni che macchiano di inesorabile banalità le conversazioni e i dialoghi. Una passerella di luoghi comuni, ovvietà, buonsenso ebete, classicismi, frasi fatte che amava appuntarsi senza spazi, in un delirio di tuttattaccature da vertigine: dovesifermanoicamionistisimangiasemprebene – veneziaèbellamanonsosecivivrei – nonèilcaldoèlumidità – nonsonodidestraperòfiniècarismatico – nonèperessererazzistaperòsecondomehannounodorediverso – megliofarsiunadocciachelavarsiapezzi – ilbuddismoèunareligionefacile – diragazzecenesonotantedisalutecenèunasola – bisognavestirsiastrati – daoggilastoriacambia – napolitanoharichiamatotuttialrispettodellacostituzione – lavorocenèèchenonhaivoglia – apprezzolosforzo – lefaremosapere – vedocosapossofare – nonsonostempiatoholattaccaturaalta – italianibravagente – popolodisantipoetie… qualcosa, come un suono metallico che arrivava dal mare, là dove la scogliera di granito degradava sino ai flutti, richiamava l’attenzione del farista. Come una sirena. Nulla di omerico, intuiva Topesio. Era un segnale d’allarme. La concordia tra l’uomo e le sue abitudini sembrava finire lì.
Insipido garzoncello scherzoso, solevi muoverti ramingo tra negozietti di dischi e mercatini d’antiquariato. Poca consapevolezza e molte escrescenze foruncolose: attratto più dal bum-cha su vinile che da altre frivolezze. Vi sono stati piccoli momenti di quell’età prepuberale in cui credevi di avere la percezione, o forse solo il presentimento, della fatalità del tutto e del tuo esserne, al solito, spettatore svogliato da terz’ultima fila. La più grande aspirazione di quel tempo era convogliare, sublimare la strisciante avversione per l’uomo e le sue emanazioni in un discorso puntiforme, fondato su una chirurgica destrutturazione. Rezza offrì un modello meraviglioso. L’invaghimento passava per quel cavo audio arrotolato come un laccio emostatico o come una flebo di soluzione fisiologica. Un “soluzione” al tutto però non c’era, e non poteva esserci. Le risposte degli intervistati s’inoculavano nei gangli vitali dell’intervistatore, abilissimo manipolatore di convenzioni comunicative ed esaltatore di nonsense spietato e senza prigionieri. “E’ per questo che lei si dissocia?” Uno straniero di corsa: “Mi scusi, mi dissocio perche’ sono di fretta, vado a un’udienza in San Pietro”. Non credi che il passante odierno si produrrebbe in un tale capolavoro di comicita’ involontaria, di satira casuale e puntuta. La banalità del comunicare di dieci anni fa non era la stessa banalità di adesso: allora la scolarizzazione riusciva ancora a erigere barriere solide e durature nei confronti dei media. Quei “lacerti di illeggibilita’ sociale”, come li definì un critico, racchiudevano il paradigma costitutivo e fondante di una televisione dell’assurdo, non-luogo dove non si dirimevano mai le questioni. I personaggi che la interpretavano sembravano vivere in situazioni astratte, svincolate da riferimenti storici e visibili, nonostante i luoghi geografici, quei confini che in Troppolitani univano la Stazione Termini allo Stadio Olimpico o la Citta’ Universitaria all’Ippodromo delle Capannelle. Non c’era (e di questo te ne compiacevi) nessuna direzione di vita, e di rappresentazione, perche’ il senso dell’esistenza sfuggiva da ogni parte. Poi qualcuno si accorse che quella telecamera poteva rappresentare uno strumento per deformare e stravolgere oltre, non solo per traghettarci al fatalismo. Il montaggio frammentario di Rezza divenne culto per lo spasmo visivo, per il primo piano da odontoiatra, per un costante accanimento oculistico con fiumi di lacrime ad annegare il resto. Tutta l’enfasi dell’insignificante era nei tentativi di rincorrere la rappresentazione della realtà da parte della realtà stessa. Se Rezza rappresentava il grado zero di quel racconto, oggi siamo al Quarto Grado…
Di notte tutti i gatti sono neri. Di notte tutti i gatti sono ubriachi. Qualcuno attende solo che un velo bluastro nasconda i resti spolpati del giorno per dar voce al proprio, quotidiano inferno. Di notte ci si può nascondere, e svanire fino al suono della sveglia. Oltre la logora retorica delle liturgie d’evasione con i relativi animali notturni: fiere abbrutite dal lavoro, cercatori indolenti di significati nascosti sul fondo di centinaia di bicchieri.
La tivvù è lì, cupa e ieratica sotto una coltre d’incuria, senza più quel fascino legato a certi sbiaditi ricordi a base di calci di rigore. L’odierna comunicazione, pulviscolare e liquida, è veicolata da forme mediali che collidono sonoramente con la maestosa monumentalità catodica. Per omettere che i nuovi schermi ultrasottili sembrano suggellare, con la loro ridotta profondità, quell’appiattimento contenutistico che invece ha avuto inizio un po’ di anni or sono. Sottotraccia o nell’interlinea, però, trovi sempre qualcos’altro: autori capaci e una scrittura bruciante, per esempio, in quanto ben congegnata rispetto ai tempi televisivi. Le ore piccole sono da sempre lo scenario ideale per questi piccoli prodigi di artigianato dell’intrattenimento. Negli anni Ottanta ne avresti avuto esempi conclamati con i battaglioni di personaggi ritmicamente introdotti nei programmi di Arbore. Qualcosa di simile provò a mettere in piedi nel decennio scorso il mai scontato Chiambretti. Surrealtà e cialtroneria (sdoganate dall’orario) le autentiche cifre stilistiche ad accomunare esperienze di questo tipo. Poi tutto muta e si perde la dimensione corale: accade in tivvù come nella vita ordinaria. Monadi frenetiche con i laptop come protesi; tutti isterici rabdomanti di segnale -menomalechecèunatacca-. Là fuori è bruttissimo, allora la notte che tutto permette torna a offrire riparo ai rifugiati dello sbraco televisivo. Stavolta però qualcosa di profondo è cambiato. La tivvù viene superata dal web, lo rincorre per un po’ e alla fine cede. O meglio, ne fagocita e metabolizza l’illusorio possibilismo ultrademocratico. Da un lato questo porta alla celebrazione di disastri di deformata origine neoverghiana (i reality), dall’altro costringe chi conserva un encefalo reattivo a un nuovo tipo di confino notturno. Non ci sono più sulla scena gli autori di una volta e allora ci si affida all’estemporaneità, si stila un canovaccio di immagini, filmati, stravaganze e lo si dà in pasto a improvvidi commentatori – dai tratti distintivi accentuati – orchestrati e fintamente ammansiti dal paternalismo peloso di uno che la propria visione del mondo non può occultarla: nasce (ah)iPiroso. Inizialmente come rubrica mattutina: pubblico presumibilmente formato da pensionati, casalinghe, studenti universitari, incazzati con la vita, alcolisti, lungodegenti, depressi, disoccupati. Da pochi giorni relegato all’una di notte: pubblico presumibilmente formato da incazzati con la vita, alcolisti, lungodegenti, depressi, disoccupati, delusi, sociopatici (non a caso, inevitabile, arriva il record di share). Lo studio sembra ricavato in uno sgabuzzino allargato e condonato, il clima è di chi una conclusione non vuole raggiungerla, preferisce nobilitare il cazzeggio a commedia dell’arte. Ciò che magicamente affiora è una strana alchimia, fatta di siparietti da bar sport e pistolotti moralistici per personcine dabbene (alcuni di un’ipocrisia lacerante). Metronomo di tutto questo un campionatore che scandisce con frasi, vocaboli e castronerie epocali i saporiti dialoghi. Ne sale uno stridore meraviglioso che genera occasioni esilaranti apparentemente involontarie. Dopo qualche istante s’insinua imperiosa l’impressione che in realtà poco o nulla sia casuale: i personaggi si divertono (e fanno divertire) perchè giocano; si applicano in questo con assoluta serietà, in pieno spirito agonale. “Iddio è per forza di cose degno di ogni benedetta serietà. L’uomo però è fatto per essere un giocattolo e ciò è veramente la cosa migliore in lui. Egli deve, dunque, seguendo quella natura e giocando i più bei giochi, vivere la sua vita, proprio all’inverso di come fa ora” diceva Platone, ed Eraclito aggiungeva che le opinioni umane sono solo giochi da bambini. Niente puerilismo muove però le gesta dei Nostri. Johan Huizinga, grande maestro di situazionismo, nel suo Homo ludens così si esprime:
Cultura vera non può esistere senza una certa quantità ludica, perchè cultura suppone autolimitazione e autodominio, una certa facoltà a non vedere nelle proprie tendenze la mira ultima e più alta, ma a vedersi racchiusa entro limiti che essa stessa liberamente si è imposti. La cultura vuole tuttora, in un certo senso, essere giocata dopo comune accordo, secondo date regole.
Dunque costrutti che si ripetono. Ormai una partitura disciplinata che agisce sottotesto e guida i movimenti e gli interventi verbali. Fulvio Abbate nel ruolo dell’intellettuale tormentato, frustrato dalle terrifiche reprimende del per nulla prevaricante (?) Piroso. Adriano Panatta a metà strada tra caciaronate degne della migliore società de’ magnaccioni e
un magistrale aplomb anglosassone da erudito dispensatore di saggezza popolare, orecchio del malcontento, voce di chi serompercà. Su tutti furoreggia un compunto Antonello Piroso versione ego-light, comunque sempre di spessore, molto spessore, pure troppo. L’azione straniante e confortante delle incursioni della jingle-machine (nella foto) a fare il resto. Colui che tra i tre segue una linea di ragionamento tutta sua, spesso irraggiungibile esteriormente, quasi da solipsismo metafisico, è Abbate. Del resto il suo modello di televisione monolocale trova ospitalità solo nel pochissimo tempo che gli è concesso per esprimersi. Per avvicinarne gli schemi (?), egli così afferma nel suo Manuale italiano di sopravvivenza – Come fare una televisione monolocale e vivere felici in un paese perduto:
Voi vi mettete davanti alla webcam ed esordite con le seguenti parole: oggi qui, metti, a Tele Cric, a Tele Ciccio, a Tele Radio Ciccio Cazzo International si parla di un tale Kerenski, di più, se ne chiede la piena riabilitazione dinanzi alle colonne della storia da parte della sinistra di derivazione comunista. E adesso, visto che in una tv monolocale è bello pensare unicamente al proprio piacere, parlo per me.
Ultimamente lascia basiti e deliziati con fulminei (oddio) aneddoti di presunta vita vissuta, dalla tradizione dell’imbalsamazione nel fu impero sovietico a petomani siculi che amano dedicarsi alla loro passione mentre sono alla guida – con i finestrini chiusi – della loro fuoriserie, sino ai cassamortari palermitani che ogni tanto, pure loro, tirano le cuoia (mappensa). Poi ovviamente tutto è condito da un turpiloquio variegato, che non lascia spazio per ulteriori rimandi aulici o d’alta letteratura. Piccoli modelli di esercizio ludico postmoderno crescono.
Estiqatsi.